Fede e origine della scienza nel pensiero di Stanley Jaki

Alessandro Giostra

Stanley Jaki Society

 

 

ABSTRACT

Nel dibattito sul rapporto tra fede e scienza, il pensiero di Stanley Jaki (1924-2009) emerge come una voce originale. Lo studioso ungherese ha respinto le visioni sostenenti la superiorità del discorso scientifico e il ruolo negativo che la fede avrebbe esercitato nei confronti della scienza stessa. La sua posizione è riassumibile nei punti seguenti: una visione realista, l’influenza decisiva della teologia cristiana per la nascita delle scienze esatte, e un ‘limite invalicabile’ posto tra gli ambiti rispettivi di queste due discipline.

 

ABSTRACT

Stanley Jaki’s thought represents an original voice within the debate on the science-faith relationship. The Hungarian philosopher rejected those visions upholding the superiority of the scientific discourse and the negative role of religion for the achievement of science. His own position can be summed up in the following points: a realistic conception, the decisive influence of Christian theology on the emergence of science, and an ‘impassable divide’ between the dominions of science and faith.

 

Il realismo di Jaki

Per Jaki l’unico approccio possibile alla conoscenza consiste nel prendere atto della realtà da parte della mente, irriducibile alla dimensione fisica del cervello e separata dalle cose. La scienza, che si esprime con equazioni relative ai dati quantitativi del reale, presuppone un universo come totalità di corpi in interazione tra loro. Tale interazione, a sua volta, implica la fiducia nel principio di causa come parte integrante dei fenomeni interrelati. La realtà fisica è così l’unico possibile dominio per la filosofia che precede le descrizioni quantitative della scienza. Questa concezione implica la fede in Dio Creatore, sul quale si fonda l’uniformità della natura presupposta dall’indagine scientifica.[1] La ricerca naturale, dunque, comporta l’assunzione di alcuni principi metafisici: l’intellegibilità e semplicità della natura, l’uniformità, reciprocità e razionalità dei fenomeni. Uno sguardo alla storia della scienza svela le sue origini nel contesto cristiano che ha sempre creduto nell’esistenza di un universo (unum in diversis), cioè una realtà razionale e comprensibile in quanto creatura. Non a caso i protagonisti della Rivoluzione Scientifica hanno condiviso l’idea di un cosmo come globale armonia matematica voluta da Dio.

La nascita del pensiero scientifico

Nei testi della rivelazione cristiana non vi sono significati scientifici. Nonostante ciò, Jaki ha sostenuto l’influenza determinante del cristianesimo per la nascita della scienza. La creazione dal nulla, la distinzione tra Creatore e creatura e la figura di Cristo come Unigenito, hanno portato all’abbandono di ogni prospettiva panteista e finalista nella visione della natura. La scienza, pertanto, è sorta nel contesto cristiano e non in altre culture più antiche nelle quali un’elevata conoscenza matematica era stata acquisita. Il traguardo della Rivoluzione Scientifica consiste nelle tre leggi di Newton, delle quali solo la seconda (F= m a) è stata interamente concepita dallo scienziato inglese, poiché le altre due erano già presenti nei lavori di Cartesio. Alla base di queste leggi vi è la prima di esse, quella del moto inerziale, che Cartesio aveva appreso durante gli anni del collegio di La Flèche. La prima formulazione di quel principio, comunque, risale alla teoria dell’impetus, espressa nel XIV secolo da Giovanni Buridano nel suo commento al De Coelo di Aristotele:

“Inoltre, poiché la Bibbia non afferma che il moto dei corpi celesti sia dovuto ad intelligenze appropriate, si può dire che non appare necessario porre intelligenze di questo tipo. Dio, quando creò il mondo, mise in movimento ogni corpo celeste a suo piacimento; Egli impresse ad ognuno di essi un impeto che li mantiene in movimento, così che non ha più bisogno di muoverli, se non esercitando un influsso generale, simile a quello per cui egli partecipa a tutte le azioni che avvengono [] E questo impeto che Egli impresse ai corpi celesti non si è indebolito né è venuto meno in seguito, dal momento che tali corpi non avevano alcuna inclinazione verso altri movimenti, e dato che non esisteva neppure una resistenza che avrebbe potuto corromperlo ed annullarlo”[2]

 

La teoria dell’impetus risente ancora della cosmologia tradizionale, perché prevede un moto eterno delle sfere celesti e una loro ‘inclinazione’ al moto circolare. Essa, inoltre, descrive un moto inerziale di tipo circolare; le conoscenze del tempo non permettevano a Buridano di evitare un tale errore. Questa teoria, comunque, presenta novità rilevanti. La natura ha una sua indipendenza, essendo regolata da leggi stabilite da Dio al momento della creazione e non avendo bisogno di un ulteriore intervento divino, a parte quel legame con il quale Dio mantiene in esistenza le cose. Tale concezione si oppone a quelle filosofie sostenenti un universo regolato da forze divine, tanto che Buridano rigetta anche l’idea del moto delle sfere celesti dovuto alle intelligenze angeliche. L’esistenza di corpi che condividono la condizione di creature, e sottoposti alle stesse leggi fisiche, rappresenta un passo importante verso la scienza newtoniana, basata sull’uniformità dell’universo come creatura divina. Da altri testi di Buridano si evince che l’impetus, anche se ancora fondato sull’aristotelica divisione del mondo in zona elementare e zona dei cieli, è un principio comune ai vari tipi di movimento. Spiega, infatti, i moti naturali dei corpi in caduta libera e quelli violenti, tipici della zona elementare, così come quelli circolari dei cieli. Ciò è un primo passo verso la fisica newtoniana che ha unificato cielo e terra in un’unica visione universale. La creazione dal nulla, inoltre, ha contribuito al raggiungimento delle leggi sul moto dei corpi, avendo affermato la linearità del tempo, contro quelle visioni cicliche, tipicamente panteiste, fondate sull’eternità. Questi principi della cosmologia greca erano stati ufficialmente condannati a Parigi nel 1277 e Jaki riprende il pensiero di Pierre Duhem che aveva considerato l’impetus di Buridano essenziale per la nascita della scienza e un risultato del contesto culturale seguente quella condanna.[3]

Un’origine del panteismo greco viene individuata da Jaki nel Fedone, dialogo nel quale Platone afferma di aver aderito durante la sua giovinezza al pensiero di Anassagora, per la presenza del Nous, l’intelligenza ordinatrice, capace di spiegare la necessità della struttura teleologica del mondo.[4] Platone narra di aver poi abbandonato la visione anassagorea, in quanto i suoi seguaci ricorrevano solo a spiegazioni fisiche per illustrare i fenomeni, senza giustificare gli stessi in modo finalistico. Secondo Jaki, Platone avrebbe temuto che l’adozione di una scienza meccanicista implicasse quella di una più ampia filosofia meccanicista. Egli si è così allontanato dall’approccio quantitativo alla natura e “ha buttato via il bambino (la scienza meccanicistica o quantitativa) con l'acqua sporca (la filosofia meccanicistica); poi ha sostituito la filosofia meccanicistica con una prospettiva ancora più ingannevole, quella dell’animismo totale rispetto alla natura; e tutto ciò non ha lasciato il minimo spazio alla scienza esatta.[5] L’idea dell’universo come organismo vivente, alla base della cosmologia del Timeo, è il coronamento di questa tesi del Fedone. La fisica aristotelica ha risentito dell’animismo e del finalismo platonici. Emblematica è l’affermazione dello stagirita secondo la quale la velocità di caduta dei corpi dipenderebbe dal loro peso, cioè dalla presenza di una maggiore finalità per compiere quel movimento naturale.[6]

Un altro contributo essenziale del principio cristiano di creazione è dato dall’esistenza di un uomo fatto a immagine e somiglianza di Dio, che ha incentivato la fiducia nella possibilità di capire l’universo come creatura. Jaki puntualizza come la riproducibilità dei fenomeni, tipica del metodo sperimentale, sia una conseguenza di tale principio. Il metodo sperimentale, dunque, poggia sulla presenza di fenomeni che si svolgono secondo leggi assolutamente esatte e che riflettono la razionalità del mondo, in quanto risultato dell’atto creativo. In questo modo la razionalità umana partecipa di quella divina, ed è in grado di cogliere le leggi del creato come parte della rivelazione.

Cristologia e scienza

Nella rivelazione neotestamentaria la creazione ha le sue radici in Cristo, cioè nell’Unigenito (Monogenes). Questa peculiarità della cosmologia cristiana incrementa la differenza rispetto al panteismo greco, che identifica l’unigenito con l’universo derivato da un processo emanativo. Nel Timeo di Platone, per esempio, l’azione del demiurgo forma un cosmo unico ed unigenito, cioè la realtà il più possibile somigliante al paradigma delle idee.[7] In seguito altri filosofi greci hanno inquadrato come entità unigenita l’universo, risultato dell’emanazione da un primo principio. La cosmologia plotiniana, per esempio, descrive un processo discensivo e necessario dall’unità alla molteplicità: una chiara impostazione panteista, in opposizione all’idea di creazione libera. L’esistenza di un’anima cosmica, l’astrologia come interpretazione del rapporto tra macrocosmo e microcosmo, e l’idea della negatività della materia come ultimo stadio ontologico del processo emanativo, sono le caratteristiche dell’universo plotiniano,[8] frutto dell’inevitabilità cosmica e non di una scelta consapevole da parte di un Creatore. “Questo è proprio il tipo di catena cosmica di esseri - di cui è un esempio l’emanazionismo antiscientifico di Plotino - che non può costituire un fatto coerente e consistente, ciò che rende invece possibile la cosmologia scientifica”.[9] La concezione dell’Unigenito, pertanto, ha integrato il concetto della creazione dal nulla, escludendo la possibilità di attribuire una struttura divina ad un mondo che è una creatura regolata in ogni sua parte dalle stesse leggi fisico-matematiche.

L’assenza di tali principi ha provocato quelli che Jaki chiama gli stillbirths of science, cioè le mancate nascite della scienza nelle altre tradizioni religiose che hanno preceduto nel tempo quella cristiana. Contesti come quello egiziano, indiano e cinese, pur avendo raggiunto un alto grado di tecnologia e di conoscenza matematica, non hanno prodotto le leggi sul moto dei corpi.[10] Il monoteismo, tuttavia, da solo non è stato sufficiente a determinare la nascita della scienza. La mancanza di un Unigenito nel contesto islamico ed ebraico ha indotto molti rappresentanti di queste due religioni a divenire panteisti o a formulare modelli cosmologici simili al panteismo. È questo il caso di Maimonide che ha riproposto la distinzione tra mondo terrestre e celeste, dividendo il creato in tre categorie in base al ritmo dell’azione creatrice; dopo la creazione delle intelligenze separate e delle sfere celesti, sarebbe iniziata quella della zona dell’universo sottoposta ai processi di corruzione. Si tratta di un modello che ripropone la struttura aristotelica e il processo discensivo, tipicamente emanativo, che prevede la formazione di un universo animato da intelligenze separate, dalle quali procederebbero tutti gli esseri. Pur essendo stato negato il presupposto dell’eternità del mondo in nome della creazione, nella filosofia di Maimonide è la libertà dell’agire di Dio che avrebbe predisposto la formazione del mondo secondo un processo discensivo.[11] L’assenza di un Unigenito ha causato la mancata nascita della scienza anche nel mondo islamico, nel quale non sono state formulate le leggi sul moto, sebbene la cosmologia del Corano concepisca la linearità del tempo. Jaki specifica come Avicenna avesse già intuito la concezione del moto inerziale, ma la sua fiducia nella cosmologia aristotelica non gli ha consentito la sua piena formulazione.[12] La sua teoria sul moto, infatti, afferma l’esistenza di un mail, cioè un’inclinazione in grado di continuare ad agire nei corpi anche dopo che la forza motrice originaria si sia esaurita. Se già questa tendenza insita nei corpi rivela la dipendenza di questa teoria dal pensiero greco, altri spunti mostrano la sua lontananza dalla moderna scienza del moto e il suo legame con l’aristotelismo; per esempio, il fatto che un corpo sia ritenuto capace di ricevere un mail violento in maniera proporzionale al proprio peso.[13] Anche il pensiero di Averroè è un compromesso tra il monoteismo islamico e il panteismo cosmico; emblematico è il modo in cui ha affrontato il problema di un mondo creato dal nulla o eterno. Nell’Incoerenza dell’Incoerenza dei Filosofi, il filosofo di Cordova ha tentato la mediazione tra le due posizioni proponendo una creazione come processo continuo ed escludendo l’idea di inizio del mondo in un tempo determinato.[14] Questa visione è ribadita ne Il trattato Decisivo, nel quale conferma l’esclusione della creazione dell’universo dal nulla, avvenuta in un momento specifico, in favore di una continua attività generativa dei suoi elementi.[15]

Il ‘confine invalicabile’

La natura quantitativa della scienza, fondata sulle misurazioni, e il fine salvifico della religione, rendono queste due discipline diverse e escludono la possibilità di un loro conflitto: “scienza e religione stanno ai due lati di un confine che è invalicabile [] proprio per il ruolo giocato rispettivamente dalle quantità in entrambi i domini”.[16] Tutti gli errori compiuti in passato si devono alla mancata precisazione dei rispettivi ambiti di queste due branche del sapere. Il concordismo e, all’opposto, l’uso della scienza per dimostrare la presunta insensatezza della fede, sono gli errori più comuni che vengano solitamente commessi. La scienza parte dalla constatazione della realtà, la cui creazione dal nulla non è una questione scientifica, in quanto il ‘nulla’ non è un concetto scientifico. Di conseguenza, tutte le teorie che puntano a dimostrare scientificamente questioni come l’emergere dal nulla della materia o la sua eternità, sono destinate al fallimento.



[1] S.L. Jaki, Il messaggio e il suo mezzo, Fede & Cultura, Verona 2012.

[2] Jaki, The Savior of science, Wm B. Eerdmans Publishing Co., Grand Rapids 2000, 57.

[3] A. Giostra, Pierre Maurice Duhem: Le Système du Monde: Histoire des doctrines cosmologiques de Platon à Copernic, http://www.disf.org/cosa-devo-sapere-su/2705657614.

[4] Platone, Fedone, 97a-100a.

[5] Jaki, Cristo e la scienza, Fede & Cultura, Verona 2006, 16-17.

[6] Aristotele, De Coelo, III, 2, 301b.

[7] Platone, Timeo, 31a-b.

[8] G. De Ruggiero, Storia della Filosofia, Laterza, Bari 1946, Vol. II, 256-284.

[9] Jaki, Dio e i cosmologi, Libreria Editrice Vaticana, Roma 1991, 143.

[10] Jaki, Science and Creation: From Eternal Cycles to an Oscillating Universe, Scottish Academic Press, Edinburgh 1986.

[11] N. Abbagnano, Storia della Filosofia, TEA, Milano 1995, Vol. II, 246-249.

[12] Jaki, Gesù Islam scienza, Fede & Cultura, Verona 2009.

[13] E. Grant, Le origini medievali della scienza moderna, Einaudi, Torino 2001, 143-144.

[14] Averroè, Incoerenza dell’incoerenza dei filosofi, a cura di Massimo Campanini, UTET, Torino 1997, 200-201.

[15] Averroè, Il trattato decisivo sull'accordo della religione con la filosofia, a cura di Massimo Campanini, BUR, Milano 1999, 73-77.

[16] Jaki, Il confine invalicabile o la separazione tra scienza e religione, Ateneo Pontificio Regina Apostolorum, Roma 2010.